A meno di un mese dallo stop emesso il 29 ottobre scorso dalla sezione di controllo della Corte dei Conti, la magistratura amministrativa ne lancia un altro al progetto del Ponte. Questa volta tocca alla convenzione fra l’appaltante, il ministero delle Infrastrutture, e la Società Stretto di Messina. In pratica, si tratta del contratto predisposto per la realizzazione dell’opera che – secondo le stime – dovrebbe costare intorno ai 15 miliardi di euro.

In attesa di conoscere le motivazioni di questo nuovo altolà, si può ragionevolmente ipotizzare che la Corte abbia voluto precludere l’accordo raggiunto dai due ministeri interessati, Mit e Mef, con la Società appaltatrice. Forse i magistrati contabili s’aspettavano che, dopo il primo avvertimento, il governo ritirasse la convenzione che – a suo giudizio – non rispetta le normative europee, come già riferito da Amate Sponde(https://www.amatesponde.it/maxi-ponte-maxi-stop/). Tant’è che lo stesso amministratore dell’azienda, Pietro Ciucci, dichiara al Corriere della Sera in un articolo a firma di Ilaria Sacchettoni: “Il mancato visto era prevedibile perché la convenzione è funzionalmente collegata alla delibera di approvazione del progetto definitivo già bocciato”.
Fatto sta che l’iter del progetto si complica ulteriormente. Stiamo assistendo ormai a un braccio di ferro fra la Corte dei Conti e il governo. Le reazioni a questo secondo “no”, da parte della maggioranza, sono più misurate di quelle manifestate contro il primo. Evidentemente, i ministeri più direttamente interessati vogliono valutare bene le ragioni addotte dalla magistratura contabile e magari cercare di correggere la rotta, per superare le contestazioni.

Ma sono piuttosto le opposizioni a cogliere l’occasione per rinfocolare le polemiche, interpretando anche le ostilità di una parte dell’opinione pubblica locale. In questo caso, la linea comune fra Pd, M5S e Avs è quella di attaccare il progetto, sia per gli aspetti economici sia per i motivi tecnico-giuridici. A loro parere, insomma, i soldi previsti per il Ponte sullo Stretto potrebbero essere spesi per altre priorità che interessano tutto il Paese.
Scrive Paolo Baroni sulla Stampa: “Sul tavolo dell’esecutivo ci sono essenzialmente due opzioni: potrebbe mettere a punto e approvare una nuova delibera oppure potrebbe tenere il punto e chiedere la registrazione con riserva degli atti definiti illegittimi dalla Corte”. Questa sarebbe, però, un’ipotesi altamente pericolosa. Si rischierebbe così un conflitto istituzionale fra due corpi dello Stato, ritardando o bloccando l’esecuzione del progetto: l’inizio dei lavori, intanto, è stato spostato da ottobre al prossimo febbraio 2026.


