“Grandi opere bloccate: i commissari ci costano fino a 100 milioni l’anno”. Con questo titolo su un articolo di Raphaël Zanotti, il quotidiano La Stampa ha rilanciato la denuncia di FederContribuenti sullo stallo delle infrastrutture in Italia, alla vigilia del decimo anniversario del terremoto che distrusse la cittadina laziale di Amatrice (in alto, la foto “storica” di Vincenzo Livieri – La Presse). I commissari attualmente in carica su tutto il territorio nazionale sono 57 e a loro sono stati assegnati cantieri per un valore di 182,2 miliardi di euro: un terzo dell’ammontare di tutti gli interventi strategici (sono 132) che, in teoria, dovrebbero rendere più funzionale e moderna la rete delle nostre opere pubbliche.
Manca, tuttavia, un censimento ufficiale dei commissari più o meno straordinari. In alcuni casi, il compenso può arrivare anche a 100mila euro l’anno, ma la cifra va scomposta: 50mila fissi e altri 50mila variabili al raggiungimento degli obiettivi. Spesso il costo del personale non è separato da quello dei manager.

L’articolo della Stampa cita vari esempi, dalla Rete Ferroviaria Italiana (dove l’incarico assegnato recentemente ad Aldo Isi non prevede emolumenti) alla Metro 2 di Torino, dal Gran Sasso alla Darsena Europa di Livorno. “Casi particolari e opacità potrebbero continuare all’infinito”, scrive il giornalista. E spiega: “Non per dolo ma perché il sistema nato per rendere più semplice e veloce la realizzazione delle opere produce, sul proprio costo, una contabilità a strati”. Sotto il valore complessivo del cemento, insomma, “brulica una giungla di compensi, staff, consulenze e rimborsi che cambiano forma a ogni commissariamento”.
In un’intervista rilasciata allo stesso giornale, il presidente dell’Autorità anticorruzione, Giuseppe Busia, dichiara che “su 182 miliardi di opere strategiche meno di tre sono passati dall’Anac”. È lui stesso poi a commentare: “Negli ultimi anni abbiamo assistito a un proliferare di commissariamenti. Tutto questo non solo rende più difficili i controlli e riduce la trasparenza, ma complica l’attività degli stessi commissari che ogni volta si ritrovano a reinventare prassi e procedure”.

È emblematico il caso di Amatrice, il paese della provincia di Rieti (Lazio) colpito dal terremoto del 24 agosto 2016 che provocò 239 vittime. A dieci anni dal sisma, uno studio di ActionAid rileva ritardi nei lavori di ricostruzione. Qui il commissario straordinario è ora Guido Castelli, alla guida della struttura per i territori dell’Abruzzo, del Lazio, delle Marche e dell’Umbria. Ma, a quanto risulta, sono molti i cantieri fantasma e due su tre non sono mai partiti.
Sulla situazione ad Amatrice, Niccolò Zancan ha scritto sulla Stampa del 19 agosto: “I dati, aggiornati a pochissimi giorni fa, sono impietosi: lo stato di avanzamento complessivo dei lavori, fra edilizia pubblica e privata, è al 40%. Nel privato sono state presentate 1.510 domande per la ricostruzione, ma le case ricostruite sono 247. I cantieri aperti sono stati in tutto 828, ma quelli con i lavori completati solo 348”. E, soprattutto, “ancora mille residenti, cioè l’80% degli sfollati, vivono nelle casette prefabbricate chiamate ‘Sae’, soluzioni abitative emergenziali”. E, da quel tragico 24 agosto, sono passati esattamente dieci anni.
“Terremoti senza fine” s’intitola un articolo dell’inviato Pino Ciociola pubblicato su Avvenire, il quotidiano d’ispirazione cattolica che appartiene alla Conferenza episcopale italiana. “Amatrice aggrappata alla sua memoria resiste tra le macerie”, scrive il giornale, osservando che “a dieci anni dal sisma più dei ritardi sui lavori pesano le ferite ‘sociali’ sulla popolazione. E ricorda anche la drammatica situazione dei Campi Flegrei, alle porte di Napoli, dove restano 3.500 gli sfollati: delle 391 famiglie evacuate in seguito ai fenomeni di bradisismo, appena nove sono tornate a casa. Sul proprio canale Youtube, lo stesso quotidiano pubblica inoltre un video reportage, intitolato Dieci anni, che da lunedì sarà disponibile on line sul sito www.avvenire.it.

L’impressionante foto del Po in secca è stata postata dall’account @stay_wokeness su “X” l’11/8/2026).Il blocco delle opere pubbliche, come abbiamo già riferito su questo sito (https://www.amatesponde.it/emergenza-idrica-opere-ferme/), riguarda anche le strutture idriche che potrebbero contribuire a combattere la siccità che ha colpito il 60% del territorio nazionale, prosciugando i fiumi e i laghi italiani. “Ci sono oltre sette miliardi di fondi disponibili per le opere idriche, ma non si riesce a spenderli”, ha denunciato Il Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria, in un’inchiesta a firma di Lello Naso.
Finora, il “Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico” (Pniissi) adottato nel 2024, di cui è titolare il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha raccolto 562 istanze provenienti dal territorio e contiene 418 opere da realizzare, tra invasi, derivazioni, adduzioni e acquedotti, per un fabbisogno totale di 12 miliardi di euro. Tuttavia, né la cabina di regia istituita nel 2023 per fronteggiare la prima crisi idrica del Po (quest’anno il livello del “grande fiume” è arrivato a perdere l’80% dell’acqua) né la nomina di un commissario sono state sufficienti a risolvere la situazione.


