Cementificazione delle coste, abusivismo edilizio, dissesto idrogeologico del territorio. La violenza del ciclone Harry ha messo a nudo mali antichi, diventati cronici e aggravati ora dal maltempo (la foto in alto è tratta dal quotidiano Avvenire).
DISASTRO ANNUNCIATO. L’epicentro – se così si può definire – del “disastro annunciato” che ha colpito la Sicilia è la cittadina di Niscemi, in provincia di Caltanisetta: un paese che, come scrive Lara Sirignano sul Corriere della Sera, “una frana di 4 chilometri sta per inghiottire”. Più di mille residenti sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni, salvo rientrare per dieci minuti a testa per prelevare le proprie cose. Ma Niscemi è sull’orlo del baratro e la Protezione civile lancia l’allarme: “L’intera collina rischia di scivolare verso la piana di Gela”.
Altri giornali, la Repubblica e il Fatto Quotidiano, parlano di 1.500 sfollati che dovranno trovare altre abitazioni. “Non torneremo più”, dicono loro stessi, come riferisce Claudia Brunetto su Repubblica. “Niscemi si sbriciola: sfollati al freddo senza vestiti né soldi”, racconta Saul Caia sul Fatto. E gli aiuti disposti finora dal governo, appena 100 milioni di euro, sono considerati “solo briciole” a fronte dei due miliardi di danni.
L’emergenza era già iniziata nel 1997. Poi, nel 2006, l’area venne dichiarata “ad alto rischio”, ma i finanziamenti sono rimasti nel cassetto: i 25 milioni di euro, stanziati allora, non sono stati spesi. Tant’è che la magistratura ipotizza adesso il reato di “disastro colposo”.
S’intitola “Trent’anni di incuria: così Niscemi è venuta giù” un’ampia e documentata inchiesta dello stesom giornalista pubblicata sul Fatto Quotidiano (www.ilfattoquotidiano.it). E’ la lunga storia di omissioni: “Nove inutili ordinanze della Protezione civile, l’appalto del 2009 finito nel nulla, i crolli di dieci anni dopo e il Piano ‘urgente’ del 2023 che non ha prodotto niente”. Senza dire delle risorse (99 milioni di euro) messi a disposizione dal Pnrr per la Sicilia che non sono stati neppure richiesti.

L’ORIGINE DEL CICLONE. Qual è la causa del ciclone Harry che ha devastato le coste della Sicilia, della Sardegna e della Calabria, provocando danni per due miliardi di euro? Lo spiega, dati alla mano, il meteorologo Luca Mercalli in un’analisi pubblicata sul Fatto Quotidiano: “Dal 1900 a oggi, il livello del Mare Mediterraneo s’è alzato di circa 20 centimetri, metà dei quali acquisiti dopo il 1993”. E aggiunge: “Ora siamo vicini a un incremento di quattro millimetri all’anno causato dalla fusione dei ghiacciai polari e dall’espansione termica delle acque. Se gli accordi di Parigi non verranno rispettati è lecito aspettarsi un innalzamento di circa un metro a fine secolo” (la foto qui sopra è stata scattata da Augusto Scariolo alle 14,39 del 20 gennaio da Via dei Tolomei, in Ortigia, centro storico di Siracusa, e rappresenta il Lungomare di Levante Elio Vittorini assalito dalle onde della Tempesta Harry).
Gli accordi a cui si riferisce Mercalli – per chi non lo sapesse o non lo ricordasse – consistono nel Trattato internazionale, siglato nella capitale francese nel 2015, sul cambiamento climatico. Mira a limitare il riscaldamento globale al di sotto di due gradi centigradi (idealmente 1,5° C) rispetto ai livelli preindustriali, con impegni nazionali (NDCs) per ridurre le emissioni di gas serra e favorire l’adattamento. Entrato in vigore nel 2016, il trattato è un quadro globale di accordi per affrontare la crisi climatica attraverso la cooperazione, con revisioni periodiche degli obiettivi. Ma nel 2024 abbiamo già superato la soglia, considerata critica dagli esperti, di un grado e mezzo.
Il resto l’ha fatto il vento impetuoso che spirava da Sud-Est, anch’esso causato all’origine dal cambiamento climatico, per la differenza di pressione tra il ciclone e un robusto anticiclone presente sui Balcani. Lo scontro violento di queste due masse d’aria ha scatenato il putiferio di Harry, con un effetto tsunami. E quindi, il violento moto ondoso che ha colpito le nostre regioni meridionali, raggiungendo altezze mai viste prima e investendo spiagge, case, palazzi, ristoranti sul mare: le boe dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) hanno registrato onde fino a 15 metri al largo della Sicilia sud-orientale.

RIVOLTA SOCIAL. Oltre a provocare tutti questi danni, il ciclone ha suscitato anche un’ondata di segnalazioni e commenti sui social network e in particolare su “X”. Gli abitanti delle zone interessate hanno postato foto e video in gran quantità, per documentare sulla rete la violenza del fenomeno.
Su “X” il quotidiano d’ispirazione cattolica Avvenire racconta: “Case, infrastrutture e attività spazzate via in Sardegna, Sicilia e Calabria. Dopo le prime immagini, l’emergenza è rapidamente uscita dal racconto dei media nazionali, mentre le comunità colpite chiedono attenzione, risorse e tempi rapidi per la ricostruzione” (l’articolo è di pic.x.com/OnnaUMZFuc).
Con l’account del quotidiano di Catania La Sicilia, Pio Andrea Peri posta un video sulla devastazione di Taormia e scrive: “Le immagini del dopo ciclone Harry mostrano il lungomare di Mazzeo-Taormina dopo le violente mareggiate dei giorni scorsi. Una costa segnata dalla forza del mare, tra detriti e onde che raccontano quanto la natura possa essere potente e imprevedibile” (https://t.co/EJT9wqJEJ6″ / X).
“La mia Sicilia è stata violentata e il silenzio assordante dei mezzi di comunicazione nazionali e di tutto il governo è semplicemente indecente”, protesta Maria Aloisi. “Nel Messinese le strade si sbriciolano con l’acqua. E vorremmo costruire un ponte, quando manca la minima infrastruttura. Anni di ruberie non si cancellano anzi…”, rincalza Alan Panassiti.
Dalla Sardegna, un post firmato Μήδεια (@medeae) mostra “ciò che resta di Punta Molentis, a Villasimius, già messa a dura prova dall’incendio della scorsa estate, dopo il passaggio del ciclone Harry”: si tratta di una spiaggia stupenda, sulla costa sud-orientale dell’isola, colpita in precedenza da un incendio e ora protetta dalla Giunta regionale con il “numero chiuso” (foto sotto).

“Ma cosa ci fanno quelle case attaccate alla costa? Chi è stato così cretino da costruirle? Chi è stato così incosciente da permetterle?”, si chiede con un altro post Marco Gambaro, di fronte alle foto delle abitazioni costruite nel corso degli anni a picco sul mare. E tocca così un tasto dolente, chiamando in causa le responsabilità delle amministrazioni locali che hanno consentito o tollerato la cementoificazione delle coste e non hanno il impedito il dissesto idrogeologico della Penisola. Un tempo, però, non c’era ancora il riscaldamento del pianeta né il cambiamento climatico.
Da qui, l’avvertimento lanciato da Mercalli in tono polemico a conclusione del suo articolo sul Fatto: “State lontani dalle coste, il mare continuerà a crescere e diventerà più aggressivo. Più di quanto non sia Donald Trump con le sue politiche climatiche”.


