CEMENTO DI PLASTICA

Il famigerato cemento, quel materiale edile con cui sono state ricoperte nel corso del tempo molte aree naturali, agricole e boschive del nostro territorio; costruiti eco-mostri o “rivestite” e deturpate le coste, veniva prodotto in passato tramite la cottura e la macinazione di calcare, argilla e altri minerali come carbone e pet-coke. Ma non è più così da tredici anni a questa parte, da quando l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini (governo Monti) “sdoganò” l’utilizzo dei combustibili da rifiuti per sostituire quelli fossili tradizionali. E da qui, il rischio che derivino gravi conseguenze per l’ambiente e per la salute collettiva (in alto, foto simbolica credit teo73).

Ora i cementifici possono utilizzare anche il Css (combustibile solido secondario), bruciando perfino la plastica o altri materiali derivati da rifiuti industriali. Sono stati autorizzati a farlo da una legislazione che tende a semplificare sempre più gli iter autorizzativi, saltando le Valutazioni di impatto ambientale e danneggiando il mercato del riciclo, come prevede anche il decreto-legge Ambiente-bis approvato dal Consiglio dei ministri il 2 ottobre scorso. E così i cementifici si stanno trasformando pericolosamente in inceneritori.

La denuncia è contenuta nel “Dossier sull’impiego di rifiuti e materiali derivati nella produzione del cemento: criticità ambientali, regolamentari e sanitarie”, elaborato da un gruppo di associazioni e comitati tra cui Isde (Medici per l’Ambiente), Comitato popolare ‘Lasciateci respirare?’, ‘E Noi?’ – Comitato di cittadini, No Css Gubbio e Coordinamento civico Ambiente e Salute. Sono tre, in particolare, i casi analizzati: quello di Galatina (Lecce), di Gubbio (Perugia) e di Monselice (Padova). Da quanto appreso da ilfattoquotidiano.it, in attesa che il decreto – dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale – passi in Parlamento per la conversione in legge, il presidente della Provincia di Lecce, Fabio Tarantino e i comuni di Melpignano e Monselice hanno già trasmesso il dossier alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti”.

“Per quanto riguarda la plastica già venduta a pochi spiccioli – come si legge in un articolo pubblicato sul giornale online a firma di Luisiana Gaita – così si rende ancora più conveniente bruciare quella proveniente dalla differenziata, piuttosto che riciclarla”. La stessa giornalista aggiunge che “il nuovo decreto introduce altre semplificazioni per l’utilizzo del Css nei cementifici e riprova a definire queste attività come opere di ‘pubblica utilità, indifferibili e urgenti’, spacciandola per “economia circolare”. E facilitando così il trasporto via mare di rifiuti che prima venivano esportati nel Nord Africa, in Asia o nei Balcani.

Questa strada alternativa, aperta al settore del cemento, sta creando insomma grossi problemi a quello del riciclo. La plastica vergine, offerta sul mercato in quantità abnormi e a prezzi crollati, costa già meno di quella riciclata. Perciò, una grande quantità di rifiuti in plastica finisce proprio nei cementifici per essere bruciata invece di diventare un nuovo prodotto.

I produttori di cemento, come spiegano le organizzazioni ambientaliste, abbattono i costi per il combustibile e spesso vengono addirittura pagati per ricevere e smaltire questi rifiuti. Ma il circolo vizioso finisce per rendere ancora più conveniente il co-incenerimento rispetto al riciclo. E il governo, invece di mettere in atto misure per risolvere questa contraddizione, sceglie deliberatamente di favorire i cementifici.

Una manifestazione di protesta a Gubbio

A Galatina, per esempio, il cementificio Colacem è da tempo al centro della battaglia di associazioni e comitati locali. E l’ex europarlamentare Rosa D’Amato (Verdi) aveva presentato un’interrogazione alla Commissione di Bruxelles, chiedendo di “verificare il rispetto delle norme Ue” anche in ordine alla salute dei cittadini. In questo caso, il Piano regionale di gestione dei rifiuti speciali non troverebbe applicazione perché l’attività di recupero dei rifiuti sarebbe marginale. Ma il quantitativo complessivo autorizzato di materiali da trattare arriva fino a 408.800 tonnellate all’anno.

A Gubbio, amministrazioni locali e comitati civici hanno presentato diversi ricorsi contro le “semplificazioni”, ma il Tar Umbria li ha rigettati. E ora i comitati hanno fatto appello al Consiglio di Stato.

Related Articles

Social

5,020FansLike
205FollowersFollow

Intesa Sanpaolo Eventi

spot_img

Terna

spot_img

Articoli più letti