Per gentile concessione della rivista online Dissonanze, pubblichiamo qui un estratto di un articolo firmato da Giovanni Carrosio e Ilaria De Pasca (in alto, foto di Alones Creative).

Quando pensiamo al petrolio, la mente corre alle automobili e alle pompe di benzina, alle petroliere che attraversano gli oceani, alle raffinerie che sfigurano il paesaggio. Ma questa è solo la superficie visibile di una sua presenza molto più profonda. Come la materia oscura che i fisici ipotizzano permeare l’universo senza mai rivelarsi agli strumenti, esiste un petrolio occulto che attraversa ogni aspetto della nostra esistenza quotidiana. È negli oggetti che tocchiamo, nei vestiti che indossiamo, nel cibo che mangiamo. È nei modi con cui organizziamo le nostre vite. È attorno a noi e dentro di noi.
Proviamo a ricostruire la nostra prima ora di veglia come un’archeologia del petrolio. Lo spazzolino da denti: setole di nylon, manico di polipropilene. Il tubetto del dentifricio: polietilene. Il flacone del sapone liquido: pet. Lo shampoo contiene tensioattivi derivati dalla petrolchimica; la crema idratante è un impasto di paraffine, vaselina, glicerina sintetica. Persino quel profumo che ci sembra così incorporeo poggia su una base di molecole sintetiche prodotte nel frastuono e nei fumi di un impianto petrolchimico.
I vestiti che indossiamo – se contengono poliestere, nylon, acrilico, elastan – sono petrolio tessuto, idrocarburi trasformati in fibra. Ma anche quei vestiti che ci sembrano così innocentemente naturali perché prodotti con metodi biologici e da materie prime coltivate, come il cotone, portano con sé un debito fossile: hanno viaggiato su navi e camion mossi dal gasolio, sono stati probabilmente tinti con coloranti sintetici, cuciti in fabbriche illuminate e climatizzate grazie all’elettricità prodotta bruciando combustibili fossili. Le suole delle nostre scarpe? Gomma sintetica. Ancora petrolio, sempre petrolio.

Una scelta industriale precisa
Questa onnipresenza molecolare non è il frutto di una naturale evoluzione tecnologica. È il risultato di una scelta industriale precisa, compiuta negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, quando la petrolchimica si impose come nuovo paradigma produttivo. Non fu una transizione innocente: dietro c’era la necessità, per le grandi compagnie petrolifere, di trovare sbocchi commerciali per le enormi quantità di frazioni chimiche che l’industria del raffinamento produceva come scarti della benzina.
Il capitalismo, nella sua inesauribile capacità di trasformare i problemi in profitti, inventò i bisogni che quei sottoprodotti avrebbero soddisfatto. Non è un caso che, quando la plastica arriva in Italia con il nome di Moplen, la Montedison ne affidi la promozione a un comico di nome Gino Bramieri. Un barzellettiere, per la precisione, che sembra impostare quei proto-spot televisivi come una delle sue storielle.
L’umanità non aveva bisogno della plastica; la plastica ha creato i bisogni che la giustificano
Nel 1950, la produzione mondiale di plastica era di circa due milioni di tonnellate l’anno. Oggi superiamo i quattrocento milioni. Questa esplosione – un aumento di duecento volte in settant’anni – non risponde a reali necessità. L’umanità non aveva bisogno della plastica; la plastica ha creato i bisogni che la giustificano. La sostituzione sistematica di materiali tradizionali – legno, vetro, ceramica, fibre naturali – con polimeri sintetici fu presentata come progresso, modernità, igiene, praticità. Era, in realtà, una forma di colonizzazione molecolare.
Ma c’è un petrolio ancora più occulto: quello incorporato nei processi. Ogni prodotto, anche quando è fatto di materiali naturali, porta con sé uno zaino ecologico di energia fossile. Un chilogrammo di pomodori coltivati in serra riscaldata può richiedere fino a due litri di petrolio equivalente: riscaldamento, fertilizzanti sintetici prodotti dal gas naturale, pesticidi di derivazione petrolifera, imballaggi, trasporto. Un paio di jeans incorpora l’equivalente energetico di otto-dieci litri di petrolio, dalla coltivazione del cotone alla tintura, dalla tessitura al viaggio intercontinentale.
Il prezzo sullo scaffale non dice nulla del debito ecologico che ogni merce contrae con l’atmosfera e con il futuro. Questa contabilità è sistematicamente occultata. Il prezzo sullo scaffale non dice nulla del debito ecologico che ogni merce contrae con l’atmosfera e con il futuro.
L’agricoltura industriale moderna è forse l’esempio più eloquente di questa dipendenza nascosta. È, nella sua essenza, un sistema per convertire petrolio in calorie alimentari. I trattori bruciano gasolio. I pesticidi sono quasi tutti molecole di sintesi derivate dalla chimica del petrolio e del carbone. Si stima che nei sistemi agricoli industrializzati, per produrre una caloria di cibo, vengano consumate in media dieci calorie di energia fossile.
È un bilancio energetico in profondo rosso, un sistema che sopravvive solo perché il petrolio, per ora, costa meno della vita. Mangiamo, in sostanza, luce solare fossile trasformata in proteine, mediata da milioni di anni di decomposizione geologica e da pochi decenni di ingegneria chimica.

La dipendenza dal petrolio in ogni frangente della nostra vita non è un caso, né il risultato di scelte tecniche neutrali
È l’architettura materiale di quello che alcuni studiosi hanno chiamato capitalismo fossile: un sistema economico che ha costruito la propria egemonia sul controllo delle fonti energetiche e delle materie prime derivate dagli idrocarburi. Ma questa fluidità ha un prezzo geopolitico. La mappa del petrolio coincide, tragicamente, con la geografia dei conflitti. Dal Golfo Persico al Mar Caspio, dalla Nigeria al Venezuela, dalla Libia all’Iraq, le guerre umanitarie, le esportazioni della democrazia, le zone di influenza strategica sono eufemismi per mascherare interventi volti a garantire l’accesso alle risorse fossili. Dietro ogni conflitto c’è, direttamente o indirettamente, la questione petrolifera. Il petrolio occulto nei nostri consumi quotidiani incorpora una quota di questa violenza strutturale.
Rendere visibile il petrolio invisibile serve per ammonirci che non basta sostituire le auto a benzina con quelle elettriche se il resto del sistema produttivo e dei consumi rimane imperniato sui derivati petroliferi. La transizione non deve essere soltanto energetica, ma anche ecologica. Serve una rivoluzione materiale: rivalutare legno, vetro, fibre naturali; sviluppare bioplastiche realmente compostabili; ridurre drasticamente gli imballaggi; rilocalizzare le produzioni; passare a un’agricoltura biologica e di prossimità.
È necessaria una rivoluzione nel linguaggio stesso e nel nostro modo di pensare la quotidianità, la comodità, l’utile
Servono nuovi concetti per immaginare alternative ai nostri consumi: per far questo abbiamo bisogno di filosofie che ci indichino le strade percorribili, mettendo da parte le utopie o le soluzioni tanto seducenti quanto impraticabili. La possibilità di concepire il mondo in modo diverso passa inevitabilmente attraverso l’elaborazione di significati inediti da attribuire agli oggetti che ci stanno intorno e dei quali ci sembra di non poter fare a meno. E passa da una maggiore consapevolezza sul nostro sistema dei bisogni indotti.
Nominare la dipendenza dal petrolio è solo il primo passo, che ci permette di riconoscerne le implicazioni geopolitiche e la violenza che la sostiene. Solo comprendendo che ogni nostro gesto di consumo è inserito in catene globali di sfruttamento potremo cominciare a spezzarle. Pasolini, in fondo, lo aveva intuito: il petrolio non è solo una sostanza chimica, è una forma del potere. La sua presenza occulta in ogni oggetto quotidiano è il segno di un’egemonia che si è fatta materia, che ci avvolge e ci penetra. Renderla visibile, in tutta la sua brutalità sistemica, è il primo atto di un’ecologia politica che sappia immaginare un mondo nuovo.
Il testo integrale dell’articolo si può leggere a questilink:
https://rivistadissonanze.it/petrolio/petrolio-occulto-genealogia-della-nostra-dipendenza-quotidiana


