Mentre il nuovo presidente della Puglia, Antonio Decaro, lancia la campagna “Mare Democratico” per riqualificare le spiagge libere della sua regione che con 865 chilometri di coste detiene il primato nella Penisola, nel resto d’Italia la stagione balneare si apre all’insegna dell’incertezza. Il piano di Decaro prevede un fondo di 50mila euro per i 69 comuni costieri, finalizzato a dotare gli arenili pubblici di passerelle, servizi di salvataggio, spogliatoi e aree gioco, per renderli accoglienti come gli stabilimenti privati. Ma nelle altre regioni, all’inizio di questa estate che si annuncia caldissima, regna il caos.

In mancanza ancora del bando-tipo con cui il Mit (Ministero delle infrastrutture e dei trasporti) dovrebbe regolarizzare le concessioni balneari, i Comuni hanno la facoltà di prorogarle fino alla conclusione delle gare, e comunque non oltre il 30 settembre 2027. Alcuni hanno già cominciato ad assegnarle, ma la maggior parte ha deciso di rinviarle entro quella data. Da segnalare in controtendenza, invece, l’esempio del coraggioso sindaco di Bacoli (Napoli), Josi Gerardo Della Ragione, che annuncia: “L’81% delle spiagge sarà libero”. E intanto arrivano le docce gratis per i bagnanti.

Rimane irrisolto poi il nodo dell’indennizzo che i concessionari rivendicano per gli investimenti strutturali eseguiti finora. Il Consiglio di Stato ha stabilito che, fino alla conclusione delle gare, i titolari uscenti possono prorogare senza predeterminare questi importi. Ma il Tar del Lazio, competente in questi casi per tutto il territorio nazionale, non è d’accordo: a suo giudizio, le estensioni automatiche delle concessioni con scadenza al 2033 sono illegittime, a norma ella Direttiva europea sulla concorrenza. E perciò, occorrerebbe espletare una procedura di rinnovo.
All’origine del contenzioso, c’è la normativa di Bruxelles che ha fissato il termine ultimo alla fine di settembre dell’anno prossimo. Ma la questione degli indennizzi indeterminati lascia ancora tutto in sospeso. Da una parte, la giustizia amministrativa che deve far rispettare la legge; dall’altra, i balneari che vogliono difendere legittimamente i propri diritti per le spese sostenute nella realizzazione e manutenzione degli impianti. Proviamo a fare un po’ di conti.

In Italia, il canone minimo annuo per una concessione demaniale marittima è fissato per legge a 3.225,50 euro. Il costo finale, tuttavia, dipende da diversi parametri: come la superficie, la località e la redditività. Secondo i dati della Corte dei Conti, il canone medio si aggira attorno ai 7.600 euro, ma può raggiungere cifre molto superiori nelle località turistiche più rinomate.
Il gettito complessivo delle concessioni frutta alle casse dello Stato circa 115 milioni di euro all’anno. Mentre il giro d’affari del settore è stimato fra i 30 e i 40 miliardi. Per quanto il “gap” possa variare da regione a regione, e da stabilimento a stabilimento, la differenza fra entrate pubbliche e incassi privati risulta evidente.

Oltre ai canoni di concessione, sui balneari pesano anche i costi di gestione. Per legge, i titolari degli stabilimenti devono farsi carico dei servizi obbligatori: quello di salvataggio (bagnini autorizzati) e quello della pulizia quotidiana della spiaggia. E sono “voci” che possono incidere sul bilancio per decine di migliaia di euro.
Alle normali imposte sul reddito, si aggiungono poi la Tari sui rifiuti e l’eventuale Imu sulle strutture fisse. Per avere un quadro completo delle spese, dunque, bisogna considerare che i costi fissi per uno stabilimento balneare medio variano tra 50mila e 100mila euro annui, includendo utenze, personale, assicurazioni e manutenzione. Mentre si calcola che l’investimento iniziale per l’acquisto o l’allestimento di cabine, le attrezzature (ombrelloni, sdraio e lettini) e i locali può oscillare tra 250mila e 600mila euro.


