A 41 anni dalla tragedia di Stava, in Val di Fiemme (Trentino), che il 19 luglio del 1985 fece crollare i bacini di decantazione della miniera di Prestavel e provocò una strage con 268 morti, la storia rischia di ripetersi. A 2.100 metri di altitudine, poco sotto Passo Feudo, sono in corso i lavori per costruire un invaso da 75mila metri cubi d’acqua, destinato ad alimentare gli impianti di innevamento artificiale in uno dei comprensori sciistici della regione. Lo rivela Giuseppe Pietrobelli, in un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano (nella foto in alto, una veduta della Val di Stava).

“Le foto – riferisce il giornalista – testimoniano l’imponenza degli scavi e la ferita delle muragli in cemento che stanno innalzano per contenere i bordi dell’impianto”. Un doppio sfregio alla memoria del disastro e delle vittime, ma anche alla natura incontaminata del luogo che rappresenta un habitat particolare per diverse specie animali e vegetali. Non è servita a nulla, dunque, la tragica lezione di quella catastrofe ambientale, passata agli archivi come “il piccolo Vajont” e causata da una colata di fango e detriti di 180mila metri cubi.

Ogni giorno decine di betoniere e autobotti risalgono la montagna per trasportare i materiali necessari alla realizzazione dell’opera. E non mancano le proteste della popolazione locale, allarmate da questa nuova minaccia che incomberà sulle loro teste e sulle loro abitazioni. Né può passare inosservato l’impatto visivo che sarà prodotto dall’invaso. L’attuale sindaco del Comune di Tesero, Massimiliano Florian, precisa al Fatto che “l’intervento è stato autorizzato dall’amministrazione precedente”. E lui stesso aggiunge: “A Stava avevano alzato il terrapieno di otto metri fino a 40 e per questo crollò tutto”.


