La mancanza d’acqua nel Po, a causa delle ondate di calore, è arrivata fino a -80% in Piemonte (Isola di S.Antonio) e -74% in Lombardia (Cremona) ed Emilia-Romagna (Pontelagoscuro): sono gli ultimi dati diffusi dall’Osservatorio dell’ANBI (Associazione nazionale consorzi delle Acque irrigue). Il più grande fiume italiano, lungo 652 chilometri, che scorre dal Piemonte al Veneto attraversando la Lombardia e l’Emilia-Romagna, è in sofferenza già da tempo a causa della siccità prolungata. Tanto che non riesce più a raggiungere il delta nell’Adriatico, mentre il mare risale il suo corso per quasi 25 chilometri (in alto, foto di MikeDot).

Su “X” il leader di Avs, Angelo Bonelli, ha postatoi un video in cui appare seduto su una poltroncina pighevole, in bermuda, con gli occhiali da sole sotto un ombrellone a righe bianche e azzurre. “Bella spiaggia, vero?”, domanda lui stesso. E risponde: “No, è il letto del Po. La siccità distrugge i raccolti, fa aumentare i prezzi di pane, frutta e verdura e colpisce soprattutto le famiglie più fragili”. E poi aggiunge: “Intanto l’Italia disperde ogni secondo 107.000 litri di acqua potabile a causa di reti idriche colabrodo”.

Il primo allarme sulle condizioni del fiume l’aveva lanciato il Corriere della Sera, con un articolo a firma di Paolo Virtuani pubblicato l’11 luglio scorso e intitolato “Grande caldo, arriva la terza ondata: Po, in 10 giorni stop all’irrigazione”. Ma, per effetto della temperatura arrivata a 32 gradi fino a 38-39 nella sacca, la magra del Po è continuata producendo perfino una “strage” di cozze, ostriche e vongole. E, di conseguenza, l’invasione del famigerato granchio blu.
L’Osservatorio sugli utilizzi idrici, coordinato dall’Autorità distrettuale, aveva avvertito: con l’acqua attualmente disponibile, restano 10 giorni per garantire l’irrigazione nel bacino del fiume”. Il fiume, come ha raccontato Raffaele Laurenti, direttore del consorzio di bonifica, al giornalista Niccolò Zancan della Stampa di Torino, “è troppo scarico, svuotato, lento. Per chiudere il ciclo, il Po deve arrivare da noi con una portata di almeno 450 metri cubi al secondo: allora, spinge e vince sul mare”. Perciò l’acqua salata brucia i terreni e le coltivazioni e modifica l’ecosistema.

Eppure, dopo la grande siccità del 2022, erano tutti d’accordo sulla necessità di interventi strutturali urgenti, per difendere il territorio circostante. Tutto ciò a 75 anni esatti dalla disastrosa alluvione del Polesine quando, nel 1951, le piogge torrenziali colmarono l’alveo del fiume, provocando l’allagamento delle campagne per centinaia di chilometri. Ora, come scrive ancora l’inviato della Stampa, “sono saltate tutte le regole, anche le consuetudini. Non funzionano più le barriere anti sale, perché non sono proporzionate al presente”.

Alla crisi del “grande fiume” dedica un repportage il Quotidiano Nazionale, con un articolo a firma di Rita Bartolomei da Torricella di Sissa (Parma). “Il Po sta male, colpito al cuore dal clima ormai tropicale”, scrive la gionalista. E aggiunge: “Mettiamo in cima alla lista la temperatura dell’acqua e il cuneo salino, l’acqua del mare che risale il fiume e macina chilomtri”. Intorno a questa località soffre anche l’Oglio, il secondo affluente del Po (dopo l’Adda) con i suoi 280 chilometri. La situazione in questa zona è documentata dalle immagini di OglioPoNews, il quotidiano online di Casalasco Viadanese che qui riprendiamo citando la fonte:


Con la sua lunghezza, il Po è l’arteria principale dell’agricoltura e dell’economia di tutto il Nord Italia. Dalla sorgente di Pian del Re a 2.022 metri di altitudine, in Piemonte, il fiume attraversa la pianura padana per sfociare tra il Veneto e l’Emilia-Romagna. E scorre in diverse città, tra cui Torino, Vercelli, Piacenza, Cremona e Ferrara.
Il bacino idrografico, ampio circa 71mila chilometri quadrati, copre gran parte del versante meridionale delle Alpi e quello settentrionale degli Appennini ligure e tosco-emiliano. Di norma, il regime del fiume è perciò di tipo misto: alpino (piene tardo-primaverili/estive e secche invernali) e appenninico (piene primaverili/autunnali e secche estive): quest’ultimo è prevalente, anche a causa della progressiva riduzione dei ghiacciai alpini che, negli ultimi decenni, ha diminuito l’alimentazione estiva.
Sulle rive del Po abitano circa 16 milioni di persone e sono concentrate oltre un terzo delle industrie e della produzione agricola nazionale, oltre a metà del nostro patrimonio zootecnico. Per tutti questi motivi, il fiume e il suo bacino costituiscono una zona nevralgica per l’intera economia italiana e una delle aree europee con la più alta concentrazione di popolazione, industrie e attività commerciali.


