In primo luogo, le vittime. I dati provvisori legati alle ondate di calore in Germania, Francia e Spagna parlano di oltre 35.000 morti in tutt’Europa. Ma gli esperti avvertono che alla fine di questa estate infuocata potrebbero essere molti di più. In Italia, mancano ancora informazioni certe: il ministero della Salute ha comunicato che a luglio s’è registrato un aumento dei decessi pari all’8% fra gli over 85, la fascia di popolazione considerata più vulnerabile. Anche nel nostro Paese, però, si calcola che il bilancio potrebbe arrivare in totale a 5-8.000 vittime (la foto simbolica in alto è di f9 photos).

Poi, i danni materiali. Nel titolo di un’intervista rilasciata a Elena Dusi per la Repubblica l’economista ambientale Massimo Tavoni dichiara: “Per il clima affondano edilizia e agricoltura: un conto da 50 miliardi”. E avverte che “spesso fatichiamo a percepirlo, ma il clima è anche economia. Caldo e siccità entrano nel nostro conto della spesa di tutti i giorni. E creano ingiustizia sociale”.
Ne parla, in un libro intitolato Il nostro futuro su un piccolo pianeta bisognoso di cura (Castelvecchi editore), anche il Premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi. Il tema di fondo, come scrive Patrizia Caraveo sul Sole 24 Ore, “è come porsi di fronte all’aumento delle temperature del nostro mondo considerando anche l’aspetto sociale”. E la stessa giornalista spiega: “Purtroppo siamo davanti a una vera ingiustizia climatica dal momento che la parte più povera del mondo, che ha contribuito in modo minimo all’emissione di gas serra, è quella più colpita dalle conseguenze”.

Parisi non è pregiudizialmente contrario al nucleare “pulito”. Ma sostiene che i tempi di sviluppo di una nuova tecnologia, insieme agli investimenti necessari, non sono affatto competitivi con quello che è possibile fare subito sfruttando il solare che è una tecnologia matura, con i prezzi in costante diminuzione. “Di certo – osserva la giornalista del Sole – bisogna agire perché il riscaldamento globale è destinato a crescere e le ultime misure non sono confortanti”.
In un’altra intervista, apparsa su Domani a firma di Elisabetta Muritti, il giornalista e scrittore Bruno Arpaia parla del suo romanzo Il mondo senza inverno (Guanda), sostenendo che “i negazionisti climatici sanno benissimo quello che sta succedendo: lo sanno che se i mari si alzano di 3/6 metri ci sono 2 miliardi e mezzo di persone o morte o migranti”. E aggiunge: “Ma poiché la crisi climatica è anche una crisi economica, sanitaria, ambientale, politica, culturale e morale, ecco che per loro la vera e unica è domanda è come sopravviveremo ‘noi’?”.

A cavallo tra ecologia e fantascienza, il romanzo di Arpaia – il secondo dopo Qualcosa, là fuori pubblicato nel 2016 dallo stesso editore – immagina che nel 2035 si sono liquefatti completamente per la prima volta i ghiacciai artici estivi, da cui devastazione e conflitti tra Canada, Russia, Usa e Islanda. Ma soprattutto racconta che la scomparsa della calotta polare ha provocato lo scioglimento del permafrost (lo strato di terreno, roccia o detrito che mantiene per almeno due anni una temperatura pari o inferiore a zero gradi). E, di conseguenza, il rilascio nell’atmosfera di miliardi di tonnellate di metano, un gas imprigionato da milioni di anni nel terreno gelato, 21 volte più climalterante dell’anidride carbonica. Ma il futuro, purtroppo, è già cominciato.


