Nel corso del 2025, l’Italia ha battuto il record di velocità nella cementificazione che è avanzata di altri 102 chilometri quadrati: oltre 3 metri al secondo, 280 mila metri al giorno cancellati. Ma, volendo, possiamo ancora invertire la rotta. Come? Lo spiega il nuovo Rapporto dell’Ispra (Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale) sul consumo di suolo, con la prima mappatura nazionale delle aree recuperabili (in alto, foto dal sito di Legambiente).

“Con oltre 2.100 km² di superfici disponibili – si legge in un comunicato – l’Italia può iniziare a recuperare terreno, a rigenerare le città, realizzare nuovi spazi verdi urbani, depavimentare e limitare il consumo di suolo”. Le opportunità individuate sul territorio nazionale comprendono anche 3.281 km² di superfici potenzialmente utilizzabili per la forestazione urbana e 1.116 km² di tetti utilizzabili per l’installazione di impianti fotovoltaici. A queste si aggiungono quasi 9,6 milioni di abitazioni non occupate che possono essere recuperate e riutilizzate.
Le aree pubbliche urbane idonee al ripristino superano complessivamente i 35mila ettari con le maggiori estensioni in Lazio, Lombardia Veneto. Tra i Comuni, il primato spetta alla città di Roma. In calce a questo articolo, il link per accedere al testo integrale del Rapporto.

Per Legambiente, “i dati che ISPRA ha presentato consolidano un trend che si sta manifestando da anni: la crescita del consumo di suolo torna a essere un allarme ambientale, e l’Italia si allontana sempre di più dal target ‘zero consumo netto di suolo’. Il nuovo Rapporto certifica, inoltre, la crescita di distanza dell’Italia dagli obiettivi (obbligatori) fissati dal Regolamento europeo sul ripristino della natura, a partire dal target sugli ecosistemi urbani, in virtù del quale gli Stati Membri devono assicurare che nel 2030 non si registri alcuna riduzione di superfici occupate dagli spazi verdi rispetto al dato del 2024.

Il Rapporto ISPRA registra anche la forte crescita avvenuta per le superfici territoriali dedicate a impianti fotovoltaici a terra, con concentrazioni particolarmente elevate nell’Alto Lazio e nella Sicilia Orientale. Si tratta, secondo Legambiente, di consumi di suolo ‘reversibili’, perché interessati da installazioni che a fine vita potranno essere smontate e asportate, per le quali dunque, più che di suolo ‘consumato’, bisogna parlare di suolo ‘prestato’ auso energetico. Si tratta di quasi 2.800 ettari di superfici coperte da pannelli, che oggi rappresentano la principale e più efficiente alternativa all’approvvigionamento energetico da fonti fossili, e occupano oltre un quinto delle superfici trasformate nell’ultimo anno.

“La legislatura che si sta concludendo – commenta Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, sottolineando la rilevanza del problema anche per il contrasto al cambiamento climatico – si è distinta per l’approvazione del decreto agricoltura che ha vietato il fotovoltaico a terra che, come è noto, usa il suolo e non lo consuma, mentre i nuovi data center e poli logistici, le nuove infrastrutture autostradali, aree residenziali o produttive si possono tranquillamente realizzare sulle aree agricole che, in questi casi, saranno perse per sempre. È una grave contraddizione che il Paese non si può più permettere, se vogliamo fermare veramente il consumo di suolo”.
IL TESTO DEL RAPPORTO ISPRA 2026:
https://www.isprambiente.gov.it/it/events/presentazione-del-rapporto-consumo-di-suolo-edizione-2026


