Quando piove, non riusciamo a raccogliere e a stoccare l’acqua che cade dal cielo. E perciò, quando non piove, soffriamo la siccità che colpisce la popolazione e in particolare l’agricoltura. Il paradosso dell’acqua sprecata sta tutto in due cifre: sul territorio nazionale riceviamo in totale circa 300 miliardi di metri cubi d’acqua piovana all’anno, ma riusciamo a utilizzarne appena 55 miliardi, all’incirca il 18%. Il resto si disperde sul territorio e attraverso i “buchi” o le perdite di una rete idrica obsoleta e degradata: il 60% delle condotte ha superato i 30 anni di età e ben il 25% ha più di mezzo secolo (foto in alto, credit olandro – iStock images)

È una situazione che Amate Sponde ha già denunciato più volte in passato con vari articoli dedicati a questo tema: il 21 giugno 2021 (https://www.amatesponde.it/acqua-sprecata/), il 15 febbraio 2022 (https://www.amatesponde.it/lo-spreco-di-acqua-dai-nasoni-di-roma/) e ancora il 17 novembre 2025 (https://www.amatesponde.it/acqua-sprecata-3/). I dati, purtroppo, non sono cambiati. Ma ora l’Anbi (Associazione nazionale Consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue) presenta una serie di progetti per trattenere e conservare l’acqua che dai monte scende al mare. “La vera debolezza del sistema – spiega Paolo Viana – in un articolo pubblicato su Avvenire, quotidiano d’ispirazione cattolica, risiede nella capacità di accumulo nazionale che si attesta appena all’11% della quota teoricamente immagazzinabile, contro il 30-35% registrato da Paesi concorrenti come Francia e Spagna”.

Il piano predisposto dall’Anbi, insieme a Coldiretti, prevede 415 interventi distribuiti in tutte le 20 regioni italiane, ci cui 128 già cantierabili, per un investimento complessivo di 4,8 miliardi di euro. Il risultato previsto è un miliardo di metri cubi come capacità di accumulo aggiuntiva, 720mila ettari di territorio irrigabili in più e da 600 milioni a 1,2 miliardi di euro all’anno di servizi ecosistemici.
Già nell’ultima finestra del Pniissi (Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la Sicurezza nel settore idrico) i consorzi avevano candidato 277 progetti per un importo complessivo di 7,3 miliardi di euro, di cui 74 destinati a nuovi invasi e al recupero di quelli esistenti. Anche in questo caso l’obiettivo era accumulare un miliardo di metri cubi d’acqua e produrre energia idroelettrica.

Il Piano contro “l’acqua sprecata” può contribuire anche a ristabilire l’assetto del territorio. Secondo l’Ispra e il Cern, infatti, il 94% dei Comuni italiani è esposto al rischio idrogeologico. E oltre il 18% della superficie nazionale risulta ad alto rischio di frane e alluvioni. A fronte degli 8 milioni di cittadini che vivono in zone a elevata pericolosità, un’altra parte della popolazione – tra il 6% e il 15% – risiede in aree colpite da fenomeni di siccità estrema.
“I costi dell’inazione – come si legge nello stesso articolo di Avvenire – sono enormi: ogni anno la gestione delle emergenze legate al dissesto assorbe circa 3,5 miliardi di euro, a cui s’aggiungono i 4 miliardi all’anno spesi nell’ultimo quinquennio per far fronte alle crisi idriche”. Eppure, è noto che ogni euro investito in opere di prevenzione consente di risparmiarne da 4 a 7 di danni futuri.


