RINNOVABILI, SERVONO 50 MILIARDI: INVESTIMENTI CONGELATI, IL MIC BOCCIA IL 90% DEI PROGETTI. RINNOVABILI AL 41%

“Rinnovabili, 50 miliardi di investimenti congelati”, è il titolo di denuncia con cui il quotidiano La Stampa ha pubblicato una documentata inchiesta di Luca Monticelli che merita di essere citata e ripresa. Nel sommario, si legge: “Regioni, ministeri e agricoltori bloccano la transizione. Il Mase si ribella. Scontro nel governo: il Mic boccia il 90% dei progetti. Paradosso a sinistra”. Per la precisione, il Mase è il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, mentre il Mic è quello della Cultura che gestisce anche la tutela del patrimonio paesaggistico.

A oggi, in Italia, il 41% dell’energia elettrica proviene dalle rinnovabili. E, anzi, nel primo trimestre 2026 quella fornita da Enel è stata ampiamente superiore alla termoelettrica: 31,75 terawattora a fronte di 9,24 (+17,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Così la produzione “a zero emissioni” prodotta dal gruppo guidato dall’Ad Flavio Cattaneo è arrivata all’80,7% del totale.

Ma il fatto è che, come spiega l’inchiesta della Stampa, il PNIEC (Piano nazionale integrato per l’Energia e il clima) prevede di superare il 60% entro il 2030 e quindi servirebbe una crescita più rapida. A questo traguardo, è già arrivata invece la Spagna, leader in Europa della trasizione verde: le fonti rinnovabili (eolico e solare) coprono circa il 60% della domanda elettrica. Questo forte impegno ha protetto il Paese dai rincari energetici globali, garantendo ai consumatori bollette fino al 30% più basse rispetto ad altri Stati europei.

Secondo Elettricità Futura, l’associazione di Confindustria che rappresenta le società del settore, l’Italia deve realizzare nuove installazioni per 34 gigawatt di fotovoltaico e 14 di eolico. Per il Politecnico di Milano, quindi, bisogna investire 50 miliardi di euro, più di 10 all’anno, per raggiungere in tempo l’obiettivo.

“Sono capitali privati – scrive ancora il giornalista – che i colossi dell’energia sono pronti a spendere, ma non riescono a scavalcare i blocchi delle amministrazioni pubbliche”. La stessa Confindustria calcola che circa 4mila pratiche siano bloccate presso ministeri ed enti locali. Negli ultimi sei anni, se ne sarebbero accumulate circa 4mila per impianti da fonti rinnovabili (tra eolici e fotovoltaici”. Le domande corrispondono in totale a 150 gigawatt.

In Sardegna e in Umbria, come i giornali hanno recentemente riferito, si sono verificati scontri tra enti locali, comitati e governo nazionale sulle regole per individuare le aree idonee e quelle non idonee, con blocchi burocratici, ricorsi al TAR e accuse di speculazione o “assalto” al territorio. Nel primo caso, la Regione ha introdotto forti freni e una legge per limitare gli impianti a terra, ritenuta dagli ambientalisti e dalle associazioni di categoria un blocco quasi totale. E questo ha innescato tensioni istituzionali con il governo centrale, a causa dei dinieghi immotivati dei Comuni. Analoga la situazione in Umbria: le scelte della Regione sulle aree idonee sono state contestate dagli ambientalisti perché giudicate restrittive e ostili alla transizione ecologica, trattando le rinnovabili come un problema anziché come una risorsa.

Che cosa frena davvero le rinnovabili?”, si chiede in conclusione il giornalista della Stampa. E risponde: “Il primo ostacolo è la burocrazia. Il sistema autorizzativo italiano resta un labirinto in cui si sovrappongono competenze di ministeri, Regioni, Comuni e Soprintendenze, con procedure diverse a seconda del territorio”. Non si tratta, quindi, solo di lentezza nell’espletamento delle pratiche; ma soprattutto di incertezze che scoraggiano gli investimenti da parte delle imprese. E intanto, per i consumatori italiani la bolletta continua ad aumentare.

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