L’annuncio ufficiale l’ha dato il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Frattin, nel recente vertice di Parigi sull’energia nucleare. E il comunicato è stato pubblicato anche sul sito del ministero ( https://www.mase.gov.it/portale/web/guest/-/energia-pichetto-l-italia-aderisce-all-impegno-per-triplicare-la-capacita-nucleare-globale).
“L’Italia ha deciso di aderire all’impegno per triplicare la capacità nucleare globale”, si legge nel testo. E lo stesso ministro ha aggiunto: “Il nostro obiettivo è un mix energetico sicuro, decarbonizzato e competitivo, capace di integrare tutte le fonti sostenibili in una logica di neutralità tecnologica”. Il nostro Paese, dunque, “sta costruendo una strategia nucleare responsabile, moderna e trasparente”, per affrontare “con realismo e responsabilità la possibilità di reintrodurre la produzione di energia nucleare nel proprio mix energetico”.

A quarant’anni dal referendum che portò alla chiusura delle nostre centrali nucleari e a quindici dalla consultazione popolare che abrogò le norme sulla ripresa della produzione di energia nucleare, il governo italiano programma un ritorno rapido all’atomo sicuro. E perciò, mette in cantiere un disegno di legge delega, già all’esame delle Commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera dei Deputati. Si apre uno scenario, insomma, per introdurre in Italia il nucleare di nuova generazione, fondato sulla fusione anziché sulla fissione, e sui mini-reattori (Smr) che dovrebbero ridurre al minimo la produzione di scorie.
È lo sviluppo della tecnologia, insieme alla cri energetica internazionale provocata dalle guerre, a rimettere all’ordine del giorno il “nucleare tricolore”. Questo comparto produttivo, come ha scritto Andrea Pira in un articolo apparso sul quotidiano Il Messaggero, “nelle previsioni entro il 2050, potrà contare su una capacità installata tra 8 e 16 GW, con una copertura potenziale della domanda elettrica compresa fra l’11% e il 22%”. E tutto ciò, secondo gli auspici, dovrebbe garantire all’Italia l’indipendenza energetica dall’estero e dalle fonti fossili, oltre che una maggiore competitività delle nostre industrie sui mercati internazionali.
Sarebbe un errore sottovalutare oggi queste prospettive, in forza di una pregiudiziale ideologica antinucleare. Ma, d’altra parte, occorre verificare le opportunità offerte dall’evoluzione tecnologica, valutando i pro e i contro: a cominciare dai tempi di costruzione e dai relativi costi. Senza dimenticare che per produrre il cosiddetto “nucleare pulito” occorre comunque l’energia verde prodotta dalle rinnovabili prodigate da madre natura: sole, vento e idroelettrico. Proprio quelle fonti alternative che il governo, invece, ha messo in secondo piano.

“Oggi il nucleare è un’opportunità enorme per tutta l’Europa per raggiungere livelli di decarbonizzazione e di eccellenze come in questo momento ha soltanto la Francia”, dichiara in un’intervista rilasciata a Marco Galvani per Il Giorno Gian Luca Artizzu, amministratore delegato di Sogin, la società pubblica per lo smantellamento delle vecchie centrali nucleari e per lo smaltimento dei rifiuti radioattive da queste prodotti. Sono quattro gli impianti dismessi: Trino (Vercelli), Caorso (Piacenza), Latina e Garigliano (Caserta), oltre a quattro siti del ciclo del combustibile e un reattore sperimentale a Ispra. Ma è lo stesso Artizzu ad ammettere che “siamo quasi al 50% del lavoro che dobbiamo fare”.
L’amministratore di Sogin incalza in tono polemico:” Se nel 2011 il voto al referendum fosse stato diverso, oggi staremmo aprendo una centrale”. Ma quale nucleare avremmo avuto nel frattempo? Quello “sporco” e pericoloso generato attraverso la fissione? Quello che produce a sua volta le scorie che ancora dobbiamo gestire e mettere in sicurezza?

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