Non è a rischio solo il ghiacciaio della Marmolada, già crollato nel 2022 provocando 11 morti e 8 feriti sotto una decina di migliaia di metri cubi, nella catena delle nostre Alpi (in alto, foto di Legambiente). Sul versante italiano del Monte Bianco, c’è anche quello valdostano di Planpincieux in Val Ferret, frazione di Courmayeur, monitorato costantemente dalla Fondazione Montagna sicura. Sempre in Val d’Aosta, è sotto osservazione il ghiacciaio del Miage, in Val Veny che negli ultimi sei anni s’è abbassato di 15 metri. E ancora, le Grandes Jorasses e i ghiacciai della Brenva. Poi, ci sono quello della Solda in Alto Adige e il ghiacciaio sospeso sulla parete est del Weisshorn, vetta di 4.505 metri, nel Canton Vallese, in Svizzera. Ma alcune criticità si registrano pure sul Cervino, dove all’inizio di agosto si è verificato un grosso distacco sulla parete sud, a circa 3.900 metri di quota.

All’indomani della catastrofe ben più grave e tragica che ha colpito il Nepal, a descrivere questa situazione che ci riguarda più da vicino è Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi Legambiente e presidente per l’Italia della Commissione internazionale per la protezione delle Alpi (Cipra), in un’intervista rilasciata a Luisiana Gaita per il fattoquotidiano.it. Alla domanda della giornalista, se sia possibile prevedere i distacchi dai ghiacciai, l’esperta risponde: “Non esiste un preavviso standard. Per alcuni crolli è possibile individuare segnali di instabilità con giorni o settimane di anticipo, come l’accelerazione della velocità del ghiaccio, l’aumento e l’apertura delle fratture, le deformazioni della superficie o altri cambiamenti nella dinamica glaciale. Questi segnali, però, non indicano con certezza che il crollo avverrà: segnalano piuttosto un aumento della probabilità di collasso e consentono, quando il monitoraggio è continuo, di adottare misure preventive”.

Ma, secondo la stessa responsabile di Alpi Legambiente, “il monitoraggio non basta, va trasformato in azioni politiche”. E spiega: “Da un lato la montagna è sempre più fragile, dall’altro ci sono sempre più persone che vogliono andarci. E non sempre sono attrezzate o sanno come evitare i rischi. Non possiamo abbandonare la montagna a se stessa. E neppure i turisti. Come si fa? Se una via alpina è pericolosa, non ci si può andare. Se so che incombe un pericolo su una vallata, ma devo saperlo, mi adopero per ridurre i rischi e vietare l’accesso ai turisti. Purtroppo, si riscontra ancora poca attenzione ai problemi legati al cambiamento climatico da parte della politica e la montagna non fa eccezione”.
Quello del Nepal è certamente un “caso limite”. Ma i problemi sono gli stessi. Il riscaldamento globale provoca una trasformazione nell’equilibrio idrogeologico naturale. E la riduzione o il crollo dei ghiacciai è un segnale d’allarme che non può e non deve essere sottovalutato. Ne va della tutela dell’ambiente e soprattutto della sicurezza delle popolazioni più direttamente interessate.

Esiste anche un Catasto dei ghiacciai italiani che si può consultare sul sito https://glaciologia.it/il-catasto-dei-ghiacciai-italiani/. Il più antico risale al 1925 e fu elaborato da Porro e Labus. Vennero censiti in totale 774 ghiacciai, di cui 773 sulle Alpi e uno, quello del Calderone, sugli Appennini.
L’ultimo, in ordine di tempo è datato 2015 e fu realizzato dal Gruppo di Ricerca Glaciologica dell’Università degli Studi di Milano (UNIMI). Si basa sull’analisi di ortofoto a colori ad alta risoluzione, acquisite nel periodo 2005 – 2011. Vengono descritti 903 ghiacciai, per un’area di 369,90 chilometri quadrati. Il confronto tra i dati areali di questo catasto con quelli del precedente Catasto CGI-CNR (1959-1962) indica una riduzione della copertura glaciale del 30%. Un secondo confronto con la banca dati del WGI (World Glacier Inventory) mostra, invece, una perdita di 478 ghiacciai e una riduzione della superficie totale pari al 39%.


