Ristrutturare e ammodernare lo storico stadio di San Siro (https://it.wikipedia.org/wiki/Stadio_Giuseppe_Meazza), come s’è fatto per il Camp Nou di Barcellona e per il Santiago Bermabéu di Madrid? Oppure, costruirne uno o magari due nuovi per le due squadre di Milano?

Dietro questi interrogativi che hanno diviso l’opinione pubblica cittadina, e soprattutto i rispettivi tifosi, alla vigilia della decisione del Comune di vendere l’impianto al Milan e all’Inter, è emerso un retroscena rivelato da Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano. Negli ultimi cinque anni, le due società non hanno pagato 24,7 milioni per lavori di manutenzione alle casse di Palazzo Marino. Da qui, l’esclusione dello stadio intitolato al grande Giuseppe Meazza – giocatore di entrambe le squadre, morto nel 1979 – dalle partite degli Europei di calcio 2032 decretata dall’Uefa.

“La convenzione sottoscritta da Milan e Inter nel 2000 – spiega Barbacetto – prevede che i club debbano versare alla pubblica amministrazione circa 10 milioni l’anno, 5 cash per l’affitto dell’impianto e il resto per opere di manutenzione straordinaria e innovazione”. Questa cifra viene stabilita dall’Area Sport del Comune e varia dai 4,3 milioni del 2019 ai 5,1 del 2025. A conti fatti, quindi, nell’ultimo quinquennio il totale ammonterebbe a 26,347 milioni di euro. Ma le spese effettivamente sostenute dalle due società risultano di appena 1,616 milioni.
Oltre al degrado dello stadio, inaugurato nel 1926, le conseguenze di questa “morosità” sono due. La prima è stata la svalutazione dell’impianto: il prezzo di vendita, stabilito dall’Agenzia delle Entrate, è crollato a 72 milioni. L’altra è, appunto, l’esclusione di San Siro dagli Europei che si disputeranno nel 2032. Scrive ancora il giornalista del Fatto Quotidiano: “Il sospetto avanzato dai contrati alla vendita è che i club abbiano bloccato da anni i lavori di adeguamento e manutenzione proprio per poter sostenere la tesi che il Meazza sia da abbattere”.

Il peggio è che, secondo i “difensori” di San Siro, basterebbero poco per adeguare l’impianto ai requisiti indicati dall’Uefa. Come, per esempio, eliminare le barriere di separazione fra i settori dello stadio, ampliare l’area docce delle squadre e quella per i loro equipaggiamenti; allargare la sala medica; aumentare i servizi igienici per gli spettatori e altri interventi non strutturali. Ma l’ombra della grande speculazione immobiliare da 1,2 miliardi di euro – uffici, hotel e centro commerciale – a tutto vantaggio dei due fondi stranieri che oggi sono proprietari dei club, s’allunga sulla gloriosa “Scala del calcio”, teatro di grandi campioni del passato: come Gianni Rivera, Sandro Mazzola, Paolo Maldini, Giacinto Facchetti e tanti altri – italiani e stranieri – che nel corso degli anni si sono esibiti su quel palcoscenico.

Se Milano piange, Roma non ride. Anche nella Capitale si discute ancora sul futuro dello stadio Flaminio, costruito su progetto dell’architetto Pier Luigi Nervi (1891-1979), inaugurato nel 1959 e dichiarato monumento nazionale. Il patròn della Lazio, Claudio Lotito, vorrebbe trasformarlo nella “casa” della sua squadra, ma finora le difficoltà tecniche e burocratiche hanno bloccato il progetto. E intanto il vecchio stadio cade a pezzi.


