Con oltre 53 TWh prodotti nel 2024, l’energia idroelettrica ha coperto l’anno scorso circa il 15% dei consumi elettrici nazionali e il 46% della generazione da fonti rinnovabili. Questa si conferma così la prima fonte “verde” del nostro Paese, dotato – come si sa – di fiumi e corsi d’acqua che alimentano dighe e bacini di raccolta: a Nord, lungo tutto l’arco delle Alpi; al Centro, nella catena degli Appennini.

Il settore attiva una filiera industriale e tecnologica che vale oltre 37 miliardi di euro di produzione e 19 miliardi di export. Ma l’86% delle concessioni è scaduto o in scadenza, mentre manca una struttura normativa armonizzata a livello europeo e la reciprocità tra gli Stati membri: rispetto ai 40 anni di durata delle concessioni italiane, in Francia arrivano a 75 e sono senza limiti in Norvegia e Svezia. È necessario, perciò, che il governo intervenga subito per preservare e valorizzare ulteriormente questa risorsa preziosa per l’economia e per l’ambiente.
È quanto emerge dallo Studio “Energia dall’acqua, forza e sicurezza del Paese: Il ruolo strategico dell’idroelettrico per l’Italia”, realizzato da TEHA. Le strade praticabili sono tre: gare tout-court, società miste e partnership pubblico-privato. L’alternativa più efficace è la “quarta via”: cioè, la riassegnazione delle concessioni a valle di un piano di investimenti. Questa opzione sbloccherebbe, con un anticipo di almeno 6 anni rispetto agli scenari attuali, fino a 16 miliardi di euro di investimenti, con una spinta sul PIL da 18,5 miliardi di euro.
Il futuro dell’idroelettrico, risorsa storica e strategica per il sistema energetico nazionale, è strettamente legato – dunque – all’assetto normativo e regolatorio delle concessioni: è fondamentale dare una direzione chiara e definire al più presto regole certe e stabili che permettano di abilitare nuovi investimenti, rafforzandone il ruolo di prima fonte rinnovabile del Paese e assicurando sicurezza energetica, sostenibilità ambientale e sviluppo industriale. Obiettivi raggiungibili, a condizione che si superino le attuali complessità regolatorie per valorizzare appieno un asset fondamentale per il sistema nazionale.

“Lo studio – commenta Salvatore Bernabei, Head of Enel Green Power and Thermal Generation di Enel – evidenzia come il settore idroelettrico rappresenti un pilastro per la sicurezza energetica del Paese e per questo vanno create le giuste condizioni per il suo sviluppo”. E aggiunge: “Si tratta di una tecnologia a prevalenza di costi fissi, che richiede elevate competenze tecniche, capitali ingenti sia in fase iniziale che di mantenimento, e presenta quindi lunghi tempi di ritorno dell’investimento. A questi costi si sommano poi i canoni, che negli ultimi anni sono aumentati fino a sei volte. La produzione idroelettrica è caratterizzata inoltre da una importante variabilità, con periodi di siccità sempre più frequenti che impattano fortemente sulla produzione. Lo studio mette in risalto che l’attuale incertezza normativa sulle concessioni sta ritardando fino a 6 anni, investimenti necessari per tutto il sistema”.
Aggiunge Lorenzo Tavazzi, Senior Partner e Board Member di The European House – Ambrosetti e TEHA Group: ““Per l’Italia l’idroelettrico rappresenta una tecnologia strategica, coprendo circa il 15% dei consumi elettrici nazionali. La sua valenza non è solo di carattere energetico, socio-ambientale ma anche industriale. L’idroelettrico attiva, infatti, una filiera tecnologica complessa, dal valore di oltre 37 miliardi di euro di produzione e 19 miliardi di export”.

L’idroelettrico è, da oltre un secolo, una delle colonne portanti del nostro sistema energetico nazionale. In un momento caratterizzato da cambiamenti climatici sempre più evidenti e da crescenti incertezze geopolitiche, questa fonte rinnovabile assume ora un valore ancora più strategico, contribuendo alla sicurezza energetica, sostenibilità ambientale e sviluppo industriale del Paese.
Oggi l’Italia è il terzo Paese in Europa per potenza idroelettrica installata, con 22,9 GW dietro soltanto a Norvegia e Francia. Questa produzione contribuisce alla stabilità e flessibilità della rete ed è, inoltre, la fonte di generazione elettrica a minor intensità di carbonio e quella meno dipendente da materie prime critiche, quindi più resiliente agli shock esterni. La rilevanza dell’idroelettrico svolge anche un ruolo ambientale essenziale nella regolazione delle risorse idriche, mitigando sia il rischio idraulico in caso di piene sia gli effetti della siccità.

La filiera dell’idroelettrico comprende circa 150 tecnologie, per il 70% delle quali il nostro Paese figura tra i primi tre produttori europei. Si tratta quindi non solo di un asset energetico, ma anche di un volano di competitività industriale e di occupazione qualificata, con tecnologie che spaziano dalle turbine idrauliche alle apparecchiature di rete.
Per il mancato avvio delle procedure per il rinnovo delle concessioni, nel 2019 la Commissione europea aveva aperto una procedura d’infrazione nei confronti del nostro Paese. Ma successivamente ha archiviato il procedimento, ritenendo che proseguire nella procedura d’infrazione non rappresentasse una priorità. L’urgenza di agire, data dalla scadenza delle concessioni, ha reso necessaria un’analisi delle singole opzioni di riassegnazione, che – secondo la normativa attuale – può avvenire attraverso tre modalità: procedure competitive, società miste pubblico-private e partenariati pubblico-privati. A queste si aggiunge la possibile “quarta via”, basata sul rinnovo e la rimodulazione delle condizioni di esercizio a fronte di un piano industriale, e una complessiva armonizzazione ed equilibrio dell’attuale assetto dei canoni. Lo studio Teha ipotizza che questa “quarta via” potrebbe bilanciare meglio efficienza, competitività, stabilità e sostenibilità. Si tratta, in pratica, di riassegnare le concessioni in atto a fronte di un piano di investimenti certo e concordato.
In questa prospettiva, si potrebbero abilitare investimenti fino a 16 miliardi di euro aggiuntivi rispetto allo scenario attuale. La garanzia della continuità degli investimenti degli operatori porterebbe a benefici tangibili: un aumento della producibilità idroelettrica del 5-10%; una riduzione delle emissioni di CO2 fino a 4,5 milioni di tonnellate; un incremento di 2 punti percentuali di rinnovabili nel mix elettrico nazionale; risparmi fino a 1,1 miliardi di euro per la collettività; la generazione di 18,5 miliardi di euro di PIL addizionale; la creazione fino a 20.800 posti di lavoro aggiuntivi salvaguardando quelli già impiegati attualmente nel settore.


