Mentre le piogge aumentano d’intensità e frequenza, provocando frane e smottamenti, il Centro-Sud è costretto ad aprire le dighe e a buttare l’acqua in mare. Il paradosso è certificato dall’Osservatorio dell’Anbi, l’Associazione dei Consorzi di bonifica italiani. Le forti piogge causate dal cambiamento climatico riempiono gli invasi nelle regioni meridionali, in particolare in Molise, Basilicata e Sicilia, ma a causa della loro capienza, dei mancati collaudi, della cattiva manutenzione e di interventi strutturali che sarebbero necessari, l’acqua viene sversata poi in mare (la foto in alto è ripresa dal sito della Protezione Civile).
Ne parla un documentato articolo, a firma di Fabio Amedolara, pubblicato sul quotidiano La Verità (https://www.laverita.info). In un Sud penalizzato già dalle condotte idriche colabrodo e colpito d’estate dalla siccità, “l’aumento delle riserve – spiega il giornalista – non coincide con la capacità di trattenerle per distribuirle”. Uno spreco, insomma, di una risorsa naturale di cui hanno bisogno i cittadini di quelle regioni per i consumi domestici e l’agricoltura per le coltivazioni nelle campagne.

In Molise, come racconta l’autore dell’articolo, la diga del Liscione ha aperto le paratie scaricando 240 metri cubo al secondo. In Puglia, quella di Occhito che rifornisce la Capitanata ha aumentato il proprio volume d’acqua di 69 milioni di metri cubi in due giorni. E in Basilicata, lo sbarramento di Monte Cotugno – sul fiume Sinni – ha superato i 240 metri cubi, superando la quota di sicurezza.
Poi, c’è la situazione particolare della Sicilia. “Da una parte, bacini potenzialmente capaci di contenere un miliardo di metri cubi d’acqua, sufficienti al fabbisogno dell’intera isola; dall’altra, una realtà in cu ne viene trattenuta solo la metà”. In pratica, solo 25 delle 45 dighe siciliane sono in grado di funzionare a pieno regime.

Ma il segretario generale dell’Autorità di bacino, Carmelo Frittitta, contesta l’interpretazione di alcuni organi di stampa: “Gli invasi – spiega a La Verità – registrano un livello d’acqua superiore del 57% rispetto al 2025 e del 38% rispetto al mese scorso”. Secondo la stessa fonte, le dighe hanno complessivamente una capacità di un miliardo di metri cubi e ne contengono 536,11 milioni. C’è da osservare, però, che circa 160 milioni di metri cubi sono in realtà sabbia e terra accumulati nel corso degli anni per via della cattiva manutenzione. “La verità – ribatte l’ingegner Leonardo Santoro, alla guida dell’Autorità fino al febbraio scorso – è che le dighe sono state considerate contenitori a perdere e gli enti hanno rinunciato a pulirle perché ormai è troppo costoso e svuotare dal fango un invaso oggi costa quanto costruirne uno nuovo”.
Dal sito della Protezione Civile (https://rischi.protezionecivile.gov.it/it/grandi-dighe/), si apprende che attualmente in Italia sono oltre 500 le grandi dighe, ossia opere che hanno un’altezza superiore a 15 metri o che sono in grado di trattenere un volume di acqua superiore a un 1 milione di metri cubi (per esempio, la diga Cantoniera in Provincia di Oristano). Ed esistono migliaia di dighe minori. Queste opere sono strategiche per la gestione e l’uso sostenibile delle risorse idriche: nel nostro Paese, infatti, sono utilizzate prevalentemente per la produzione di energia idroelettrica, per l’irrigazione di terreni agricoli e come riserve di acqua potabile.
Nel frattempo, per effetto dei cambiamenti climatici e del consumo di suolo, “l’Italia diventa sempre più fragile”, come scrive Daniela Fassini sul quotidiano d’ispirazione cattolica Avvenire (https://www.avvenire.it). Il 70% delle frane europee si verificano, infatti, nella nostra Penisola. Nel 2025, secondo l’ultimo Rapporto di Ispra (Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), si sono registrate 636,207 frane, più o meno 211 ogni 100 chilometri quadrati.

Le frane vengono catalogate in quattro categorie: le P4, quelle più pericolose, rappresentano il 3,5% del totale, pari a 10.598 chilometri quadrati; le zono P3, a pericolosità elevata, sono il 6% per 18.203 chilometri quadrati; le P2, a pericolosità media, sono un altro 6% per 18.074 chilometri quadrati; le P1, a pericolosità moderata, sono il 5,1% per 15.489 chilometri quadrati. E infine, le aree cosiddette di attenzione sono il 2.4% per 7.165 chilometri quadrati.

È questo, in cifre, il dissesto idrogeologico dell’Italia. Un territorio che diventa sempre più scivoloso e vulnerabile. Da qui, frane e smottamenti, strade collassate, ponti che crollano e fiume che esondano, provocando allagamenti e alluvioni. Com’è avvenuto negli ultimi mesi a Niscemi (Sicilia) e a Petacciato (Molise). Dichiara perciò all’Avvenire Paolo Pileri, urbanista e docente al Politecnico di Milano: “Dobbiamo stare alla larga dalle aree pericolose e avere cento volte più cura del suolo, imparare a non toccare, a prevenire, a non cementificare”. Altrimenti, possiamo concludere, prima o poi la natura si vendica delle ferite inferte dalla mano dell’uomo.


