“PONTE RINASCITA”

“PONTE RINASCITA”

Bisognerebbe chiamarlo “Ponte Piano”, dal nome del grande architetto che l’ha progettato, come si chiamava “Ponte Morandi” quello crollato il 14 agosto 2018, provocando la morte di 43 persone. Ma Renzo Piano non si risentirà se lo chiameremo “Ponte Rinascita”, per il valore emblematico che il nuovo ponte di Genova assume in questa particolare contesto della storia italiana, nel pieno dell’emergenza sanitaria provocata dall’epidemia di coronavirus e di quella economico-sociale che dobbiamo fronteggiare.

A poco più di 20 mesi dal crollo, il viadotto lungo 1.067 metri che attraversa la città collegando la riviera di ponente e di levante “ricuce” non solo il tessuto urbano, ma in qualche modo anche la ferita aperta da quella strage: un “grande rammendo”, come lo definisce Piano. Duemila tonnellate di acciaio a 40 metri di altezza. Una grande opera pubblica che testimonia, nello stesso tempo, la volontà e la capacità di ripresa dell’Italia di fronte a un’immane tragedia. È tanto più giusto, allora, parlare di “modello Genova” nel momento in cui tutto il Paese deve affrontare una fase di ricostruzione per uscire dalla crisi prodotta dall’emergenza.

Anche se bisognerà aspettare fino a luglio per percorrerlo, dopo che saranno completati i lavori stradali, oggi quel ponte illuminato dal tricolore diventa il simbolo di un’Italia che non vuole arrendersi, di un nazione capace di grandi imprese, di un popolo pronto a ricominciare. Un esempio e uno stimolo per tutti. L’inizio, appunto, di una rinascita nazionale.

Ha detto bene Piano, al Tg 1, con legittimo orgoglio professionale e civile: “Costruire ponti è esattamente il contrario di costruire muri”. E questo in particolare, come spiega lui stesso, “attraversa la vallata in silenzio, quasi chiedendo permesso”. “Un ponte genovese, costruito come una nave, come un grande vascello, disegnato dalla luce e dal vento”. Il progettista cita in proposito il poeta Giorgio Caproni che aveva definito Genova “una città di ferro e di aria”. Resistente e flessibile, dura e leggera.

La ricostruzione del viadotto in meno di due anni dimostra, secondo l’architetto e senatore vita, che “si può costruire velocemente, ma senza fretta: basta che la competenza prevalga sull’incompetenza”. Ma Piano non vuole parlare di miracolo: “Solo un Paese dissennato aspetta le tragedie per ricostruire”. E perciò, “occorrono soldi, mezzi da investire nell’economia reale”, per innescare e alimentare la ripresa.

 Per chi voglia ripercorrere tappa per tappa questa imponente operazione, urbanistica e architettonica, segnaliamo una dettagliata Photogallery cronologica messa in rete dagli uffici del Commissario per la Ricostruzione, rintracciabile su Internet a questo indirizzo:

http://www.commissario.ricostruzione.genova.it/contenuto/photo-gallery

 

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